Radio Dinamica Web News - Anno V n. 19 - Gennaio - Febbraio - Marzo 2011
RASSEGNA STAMPA
Articolo apparso in Ottobre 2010 sul settimanale nazionale "Tempi", sul "Resto del Carlino" di Forlì, su "Il Momento" di Forlì.
E' scontro. Malgrado tutti i tentativi di dialogo, con questa classe non va.
Già da come arrivano negli spogliatoi, per la lezione di educazione fisica, la posizione è chiara: schiamazzi, risate insulse, parolacce, scherzi pesanti ai più deboli. E durante l'appello in palestra continue interruzioni, battutine di disturbo, scuse puerili ai richiami.
Insomma una fronda ben orchestrata, con l'astio verso di me camuffato da innocentismo e ricatti sibilati ai compagni che avrebbero una posizione diversa.
Un gruppo di mafiosi in erba? Bulletti in progress? Macchè, quasi tutti bravi ragazzi, presi in contesti diversi. E allora?
Mi interrogo a lungo e qualcosa mi
sembra di capire: è un problema di serietà. Ma non di quella per cui "bisogna" fare i bravi, "bisogna" impegnarsi, "bisogna" rispettare le regole: di questa non se ne può proprio più. Né io né loro. Parlo di quella, invece, che risponde al desiderio profondo, originale che tutti abbiamo di scoprire cosa c'è di buono in quel pezzettino di tempo e di spazio che ci è dato, la contingenza di vita in cui siamo.
Ci sono tanti condizionamenti: la scuola italiana versa in una situazione drammatica e la nostra non fa eccezione. E poi tutti i miei limiti, che l'età evidenzia impietosamente, facendo man bassa di miti e presunzioni, che senz'altro pesano sulla lezione.
Ma questo non toglie, anzi acuisce il desiderio di scoprire il bene nascosto nella realtà. E la condizione della ricerca è la serietà, in senso costruttivo, virile, non impettito o musone.
Il prendere tutto sottogamba, la pretesa di divertimento a buon mercato, il voler trasformare la lezione in ricreazione, diventano per i miei ragazzi il modo di esprimere un cuore impoverito, un desiderio frustrato nelle sue ambizioni positive. Il segno dell'avanzare di quel cancro dell'anima che hanno giustamente chiamato relativismo etico.
Ce lo abbiamo tutti addosso, anzi dentro, e ci tenta di continuo. Non ci sarebbe niente di più facile, per esempio, che cedere, quando l'alunno più simpatico della classe, sincero, ti implora: "Ma perchè non ci dà un pallone, prof., e si mette a prendere il sole, oggi che è una bella giornata? Le promettiamo che non facciamo casino".
Il senso del dovere non terrebbe e neppure il timore del ripetersi di esperienze passate, finite con mezza classe svaccata in un angolo e gli altri a sbattere il pallone a casaccio, in una spirale di sciocchezza, che è il contrario del divertimento.
Solo un'esperienza vissuta, piccola ma reale e coltivata con degli amici (perchè da soli non si tiene), che c'è un di più da scoprire, per tutti, consente di accettare la sfida; e talvolta lo scontro. Senza smettere di cercarli.
Articolo apparso sul quotidiano on line "Il Sussidiario" l'11 dicembre 2010
Il ritratto di Totò di Natale
Continua a segnare.
Non sente il peso dell'età, forte anche di una serenità che gli fa fare in modo naturale anche le cose più difficili. Totò Di Natale è un attaccante di razza, un genio del pallone. Senza grandi sponsorizzazioni ha costruito una carriera partendo dai vicoli del quartiere Partenope di Pomigliano D'Arco, dove fu scoperto
da Lorenzo D'Amato, che qui ripercorre la carriera di Totò, iniziata con il San Nicola a Castel Cisterna: «La prima volta che l'ho visto al campo, mi sono detto: questo è un fuoriclasse. Mi ricordo che durante l'allenamento scherzava con il mister dicendo che la sua gamba valeva già un miliardo. Con il pallone gli ho visto fare delle cose sensazionali. Ha sempre visto il gioco prima degli avversari, inventando geometrie e passaggi impensabili». A 13 anni D'Amato lo porta ad Empoli tra mille difficoltà legate alla lontananza da casa. « E' sempre stato molto altruista: durante il provino con l'Empoli si posiziona in un ruolo non congeniale per "favorire" un altro ragazzo (siciliano) che gli aveva chiesto un aiuto. Totò è un bravissimo ragazzo che è nato solo per giocare al calcio». Dopo due mesi scappa dal ritiro dell'Empoli: « Mi fanno andare a scuola, ma io voglio giocare a calcio».
Sette mesi più tardi D'Amato lo convince a ritornare a Empoli. Lì inizia la sua trafila fino alla Primavera dove si ritrova in coppia con un certo Luca Toni. Poi il prestito nelle serie minori: al Liberzola, al Varese, al Viareggio.
Poi rientra a Empoli. In questi anni ha costruito il suo successo, dimostrando di volta in volta un grande attaccamento alla maglia.«Si è sempre innamorato del posto dove si trovava, non ha mai giocato per soldi. L'ha fatto vedere anche quest'estate quando ha rifiutato la Juventus. A Udine si diverte e a Torino non deve dimostrare più niente».
La serenità di un calciatore è data anche dalla presenza di una moglie (Ilenia) conosciuta a 19 anni, ai tempi dell'Empoli, quando ancora non era nessuno. «In quel periodo la famiglia della futura moglie gli fu molto vicina nei momenti bui: dopotutto era un attaccante del settore giovanile senza una grande disponibilità economica e costretto a vivere lontano dagli affetti». Come tanti altri napoletani, Di Natale non ha avuto la fortuna di giocare con la casacca del Napoli, anche perché «i napoletani diventano forti fuori dalla Campania. Lì c'è troppa pressione, c'è troppo casino. Il Di Natale calciatore nasce nella tranquilla Empoli». L'Empoli da tanti anni e, soprattutto, con uno staff collaudato investe molto nel settore giovanile, a differenza «del Napoli o delle grandi squadre che vanno a comprare i giocatori già affermati; è più difficile scovare un ragazzino a zero lire per farlo diventare un calciatore: ci vuole un colpo di genio».
D'Amato fa il punto anche sulla carenza di strutture: «Al Nord ci sono le strutture, al sud c'è tutto (un pò come il Brasile per la passione e per il fatto che il calcio è fatto per gente che ha fame) ma mancano i mezzi.
Noi, ad esempio, versiamo 30mila euro per la convenzione con il Comune e oltre a questo dobbiamo sostenere le spese di consumo degli impianti. Ma ci vogliamo chiedere davvero come viene valorizzata l'attenzione al sociale?». Nel frattempo ancora oggi quelli che potrebbero essere i futuri Di Natale si presentano al campo con una borsa di plastica (e niente di più) per coltivare un sogno.
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