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«…In India gli obiettivi di apprendimento della matematica vengono tutti conseguiti tre anni prima che da noi… mentre noi evitiamo di parlare di “programmi” perché sarebbe repressivo e impositivo… Per l’intanto abbiamo realizzato una scuola appiattita sulla mediocrità e sull’ignoranza, la svalutazione del merito, della competizione, della spinta ad apprendere… Ho udito un collega pedagogista proclamare che bisognerebbe cancellare dal vocabolario le parole “insegnare” e “insegnante” in quanto riflettono una visione “trasmissiva” e“impositiva”». È facile infatti registrare come fenomeno frequente che gli stessi genitori convinti sostenitori della concezione della scuola di cui sopra, li puoi ritrovare sugli spalti delle squadrette di quartiere trasformati in indemoniati aizzatori dei propri figli e feroci accusatori di arbitri ed allenatori, accecati dal desiderio che il figlio (finalmente!) emerga dalla grigia massa ed eccella in qualcosa. In questa logica schizofrenica appare naturale prendersela con la maestra che stressa il bambino con l’assurda richiesta della poesia a memoria ed al contempo osannare l’allenatore duro che “sa farsi rispettare” e “se si vogliono i risultati bisogna selezionare presto” (naturalmente finché non tocca al proprio figlio!). In entrambi i casi l’ideologia ha preso il posto della figura maschile, paterna, comprensivo ma esigente, grazie alla quale diventa possibile fare un cammino personale senza essere costretti ad identificarsi con un modello.
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